Il giovane Eugenio Corti si descrive
18 novembre 1940 – sera
Mi ricordo che, quando otto anni orsono il prof. Lovati si è mostrato la prima volta davanti alla nostra timida nidiata di scolaretti di prima ginnasio, ha fatto la propria presentazione in piena regola. Ricordo pure che la cosa mi fece ottima impressione.
Posto questo ho pensato che la miglior cosa, che anzitutto io possa fare, sia quella di presentarmi a mia volta; fisicamente s’intende, perché a fare la mia presentazione spirituale ci penserà da sé questo diario.
E per cominciare subito dirò che la mia statura registrata alla visita per l’arruolamento militare è di m. 1,78. Piuttosto rilevante quindi, quantunque non pochi fra i miei compagni di studio mi superino in altezza. Passando al volto dirò che ho gli occhi azzurri forse diventati in questi ultimi anni un po’ grigi. Dico forse perché, a essere sinceri, non mi è mai capitato, da molto tempo in qua, di esaminarli per bene. Credo che non pochi dubiteranno della verità di queste mie parole, ma non importa, tiro avanti. I miei capelli che un tempo erano biondi, sono diventati di un intenso color castano; sono ondulati. Il naso è leggermente aquilino; il mio colorito tende più all’abbronzato che al roseo. Quantunque io abbia detto che sono alto non ho detto che sono sbilanciato e neppure, grazie al Cielo, dinoccolato.
E questo perché, al pari degli occhi, io non ho mai considerato attentamente il mio fisico, e quindi non saprei neppure io darne un giudizio esatto. Certo se sentissero questo i miei compagni di Liceo mai ci crederebbero, perché a tutti tornerebbe in mente il grande, il monumentale specchio con sopra dipinto un mazzo di papaveri, che era appeso nella mia cameretta liceale. Eppure, se è vero che io passavo delle ore continue a meditare o a scrivere impetuosamente, è pur vero che a parte qualche eccezione di brevissima durata, il grande specchio non mi è mai servito che per la barba o per quando mi pettinavo il mattino. Tutt’al più l’avrò usato anche per fare il luminello negli occhi di Mons. Polvara che passeggiava tranquillamente leggendosi il breviario nel giardinetto della casa dei Padri Oblati.
Io credo che questo sia dovuto al disordine che mi governa anche in alcuni altri lati della mia attività, come nella cura degli abiti per esempio, e che contrasta fortemente con l’ordine che uso in altre cose. E questo disordine io lo attribuisco al mio temperamento artistico, qualunque esso sia. E qui mi verrebbe voglia di cominciare a esporre una lunga, una infinita serie di considerazioni, perché il mio pensiero e le mie teorie io le mantengo costantemente sotto osservazione e sotto giudizio, proprio esattamente all’opposto di quanto faccio per le mie apparenze esteriori. Ma allora addio promesse di parlare soltanto delle mie apparenze esteriori! Per oggi mi pare che la mia presentazione sia sufficiente, quantunque temo non dia di me un’idea veramente esatta né riguardo al lato fisico, né riguardo a quello spirituale che, sebbene non volessi, sono stato costretto a tirare un po’ in scena per spiegare certe mie ignoranze verso quello fisico.
Un’altra volta parlerò della mia famiglia, un’altra ancora di tutti i miei numerosi parenti, e una terza infine di Serafino e di Angelo i miei due unici amici che purtroppo vedo solo poche volte all’anno.
Io spero che queste due mie paginette non mi facciano giudicare strambo, perché ci tengo a dire che cerco in ogni modo di stare attaccato al buon senso, che è la cosa più necessaria ai nostri giorni.
(tratto da Il ricordo diventa poesia, 2017, Edizioni Ares)